Tuesday, December 05, 2006

Il Caso Wassermann

Venticinque anni fa uscì in Italia la traduzione del capolavoro di Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Roberta de Monticelli ne parlò a noi studenti a un seminario all’Università degli Studi a Milano; lo comprai e lo lessi in una notte. È un libro che mette di fronte a mondi di primo acchito impossibili per l’intuizione. Per esempio, com’è la vita di una persona la cui memoria a breve termine non funziona? Ogni volta che vede il suo partner è come se lo incontrasse al risveglio di un coma, ogni volta, cento volte al giorno. Se si guarda allo specchio si spaventa; la sua memoria si arresta a molti anni prima, a quando era giovane; di colpo nello specchio compare un vecchio. Ma poi la memoria di questo terribile incidente si affievolisce e scompare, e con essa la tristezza. Il libro è popolato di incontri con persone che lottano con le gravi conseguenze di lesioni cerebrali: la donna che ha perso il senso del corpo, l’uomo che non riconosce le persone ma riesce ad analizzarne le forme; sono mondi personali profondamente disumani proprio perché incomprensibili, ma il messaggio di Sacks è che con pazienza e con amore si può cercare di penetrarli e di ricostruire le condizioni per un’esistenza almeno parzialmente umana, degna di essere vissuta. Ho sempre visto questo libro come una specie di guida per esplorare la terra all’incontro di altre persone; amplia lo spazio delle nostre possibilità di comprensione degli altri; è come se adesso che l’ho letto fossi attrezzato, non potessi più stupirmi di nulla.

Le storie del Caso Wassermann sono un tentativo di allargare lo spazio di queste possibilità al di là di quello che si può effettivamente incontrare sulla terra. Per esempio, com’è l’amicizia con una persona che viaggia all’indietro nel tempo, che vede vede il prima e il dopo in maniera speculare rispetto a te? O com’è l’amore tra due persone che vivono un solo istante, nel quale un breve sogno è come un riassunto fulmineo delle loro vite? Che cosa può desiderare di fare chi ha una mente trasparente agli altri e vive in un mondo in cui tutte le menti sono trasparenti? Che cosa proverebbe un personaggio letterario se sapesse di essere solo un personaggio letterario? In quale spirale si annoda la mente di colui che scopre che la propria esistenza non poteva essere migliore di quello che è stata?

Non sono persone che incontreremo mai nella vita di tutti i giorni; forse è un bene che sia così. Sono persone immaginarie che in un certo senso mi hanno chiamato perché potessi dare loro una voce, cercassi di mostrare la solitudine sconfinata della loro esistenza. Le vedo come sospese in un paesaggio ventoso, alla ricerca di un approdo nel nostro mondo; un approdo che sarà loro sempre negato. È come se scrivendo fossi riuscito a tener loro compagnia.

Borges ha detto che la letteratura deve “commuovere e distrarre” – sottintendendo il lettore. A me sembra di essere in una situazione diversa e per così dire intermedia: sono commosso da certi personaggi, dalle incarnazioni astratte delle loro storie, e vorrei distrarli, aiutarli ad essere reali, cosa che non potrebbero mai da soli.

2 Comments:

Anonymous Anonymous said...

Tra gli "Incidenti" descritti nell'interessantissimo testo "Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici" quello in cui incorre il signor G. O. Sainsbury solleva un problema metafisico di un certo interesse percettivo.
L'uomo è condannato dal suo sguardo frontale ad avere sempre una vista unilaterale delle cose. Gli oggetti cioè ci appaiono sempre con un certo prospetto, con una forma profilata, diciamo così, dalla proiezione centrale di quei raggi lunminosi che lambiscono i suoi bordi prima di convergere nel nostro occhio.
Con quale forma apparirebbe una bottiglia allo sguardo onnivedente di Dio? Una forma osservata da
infiniti punti di vista è ancora una forma finita, oppure appare anch'essa di necessità infinita?
Inoltre. Così come l'occhio di Dio non ha alcuno punto di vista, anche la percezione aptica dei non vedenti è basata sull'esplorazione tattile della bottiglia, che, come è noto non richiede un punto di vista preciso. Eppure nella loro mente si forma comunque una precisa cognizione della forma della bottiglia. Che l'onniveggenza sia una sorta di luminosa cecità?

3:02 PM  
Blogger Roberto Casati said...

Caro Giuseppe
Il tuo quesito è interessante ; se ne sono occupati molti filosofi e di recente anche psicologi della percezione. Sul riconoscimento delle forme ci sono a oggi due teorie in competizione; non si è ancora deciso, mi pare, quale sia la migliore, dato che ciascuna spiega una parte dei dati. Secondo la prima teoria, dovuta a Marr e a Biederman, quando riconosciamo gli oggetti ce ne facciamo un’immagine interna che è indipendente dal punto di vista. Naturalmente non è una vera e propria immagine, dato che le immagini come per esempio le foto sono condannate ad avere un punto di vista, che è quello dell’obiettivo della macchina fotografia, per esempio. Si tratta piuttosto di una descrizione molto lunga e articolata, che dice, nel caso della bottiglia, che il collo è fissato in un certo punto al corpo principale, che c’è un rigonfiamento in cima al collo, e così via. Questa teoria spiega parecchie cose: in particolare spiega come mai possiamo parlare di quello che vediamo (la vista a un certo punto fornisce al resto del cervello una descrizione che è quasi linguistica), e anche come possiamo agire su quello che vediamo nella misura in cui anche il tatto ha bisogno di una descrizione che è scevra di punto di vista. La seconda teoria, di Tarr e Bülthoff, dice che quando riconosciamo un oggetto utilizziamo delle specie di identikit visivi (vista di fronte, vista di lato, ecc.) e per tutti i casi in cui non abbiamo a disposizione un identikit facciamo una specie di morphing tra gli identikit che abbiamo. Questa teoria spiega bene perché riconosicamo certi oggetti meglio da certi punti di vista che da altri (cosa che la teoria precedente non riesce a spiegare bene).
Per tornare al tema metafisico. Si dice che il punto di vista divino è un punto di vista da nessun luogo. In che modo Dio vede allora la bottiglia? Sulla base delle due teorie della visione umana appena accennate, la metafora del punto di vista da nessun luogo può dunque venir declinata in due modi: o Dio si forma una rappresentazione astratta della bottiglia, che corrisponde a una specie di lunghissima descrizione di tutte le sue proprietà; oppure Dio vede una collezione infinita di immagini, la bottiglia vista da TUTTI i punti di vista possibili (da vicino, da lontano, da dentro, da fuori, ecc.).
‘Luminosa cecità’ è una bellissima metafora. In questo racconto mi interessava cercare di cogliere la totale estraneità alla nostra comprensione del punto di vista di Dio; e reciprocamente, la totale incomprensibilità, per un Dio che vede tutto da nessun luogo, o da tutti i luoghi contemporaneamente, della condizione umana. Noi siamo condannati al punto di vista; e non possiamo capire, né farci capire, da chi non ha punti di vista.

2:48 AM  

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