Wednesday, March 07, 2007

(Messaggio di Wlater Criscuoli, artista visivo)

Caro Roberto, ho inviato alcuni file ad Adriano Perini, il curatore della mostra fotografica che si terrà a Trieste a fine giugno insieme ad alcune indicazioni che, per conoscenza ti allego di seguito (così ti puoi rendere conto di come è fatta).
Il titolo dell'opera (un po' troppo da romanzo per l'arte contemporanea) è "Lontani dallo stesso cielo", che un po' dichiara l'origine dal tuo racconto e un po' sottolinea la mancanza di orizzonte di cui questi personaggi soffrono.

Caro Adriano,
ti invio le scansioni di alcuni tra i ritratti, a mio parere, più interessanti tra quelli che intendo esporre per la tua iniziativa.
La mia opera sarà composta da 128 stampe a colori 13x18, poste una affianco all¹altra attraverso dei piccoli agganci come quelli che, forse, avrai osservato nella mostra di Pordenone organizzata da Guido.
Le 128 stampe, appese singolarmente, si comporranno in un rettangolo complessivo formato da 8 foto di altezza per 16 di base. Calcolando l¹area fisica di ogni foto, l¹interspazio tra ogni immagine, il gancio applicato ad ogni fotografia, la composizione, se sei d¹accordo, occuperà uno spazio di circa 160 cm di altezza per 224 cm di base (secondo l¹attuale progetto).
L¹opera, che prosegue la mia indagine sul ritratto, sulla perdita del contorno e dell¹identità, è ispirata a un breve racconto di Roberto Casati, ³Sotto un cielo dorico², che si può leggere nel libro
³Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici², Laterza editore. Nel racconto lo spazio non ha esterni, l¹ambiente è composto da un susseguirsi infinito di stanze le cui porte si dispongono su un solo asse, in successioni dove l¹occhio si perde.
Il racconto del filosofo si dirige verso riflessioni sulle quali non potrei intrattenerti e che, comunque, non sono il vero oggetto della mia opera.
Io ho tratto spunto dallo spazio di Casati e ricostruito, a mio modo, uno sfondo non dorico, ma, similmente al racconto, chiuso, geometrico, talvolta senza soffitto, e, più spesso, soffocato da pareti sempre uguali, dove, se hai fortuna, piccole finestre lasciano intravedere il cielo e immaginare uno spazio senza confini. Si tratta solamente di uno sfondo che occupa compositivamente poco spazio che non vuole prevalere sull¹immagine dei ritratti.
Ma il paesaggio mentale del filosofo, pur non trovando tra le tante fotografie una sola immagine che lo raffiguri così come lo si trova descritto nel racconto (nei dettagli 01 e 02 che troverai nel disco l¹allusione al racconto è parzialmente riscontrabile), nell¹iterazione dei 128 pezzi, nella luce cupa e nell¹assenza di orizzonti, accentua il buio della costrizione in cui questi personaggi vengono a trovarsi.
Per quest¹opera, per la prima volta, ho utilizzato l¹aiuto del computer per generare completamente lo sfondo e simulare il mosso fotografico. In passato, invece, tutte le stampe che avevo prodotto erano sostanzialmente ottenute da negativi e da scatti fotografici ortodossi (le figure erano realmente disposte in piccoli allestimenti preparati per gli scatti).
I ritratti, pur traendo origine da persone realmente esistenti, spesso sono manipolati oltremisura, mescolati nei tratti per perderne definitivamente il carattere originario.
Le manipolazioni sono avvenute attraverso le apparecchiature dello studio Interlinea di Codroipo e le stampe, su carta chimica a colori (180 mm x 126 mm per essere precisi), ottenute dunque da file digitali, sono state prodotte dal laboratorio Piccinin di Udine (che Stefano Tubaro conosce da tempo e, come sempre, mi ha segnalato con generosità e puntualità).
Come ho già fatto in passato, ho applicato ad ogni singola stampa un lento e delicato lavoro di abrasione che ha ulteriormente accentuato lo scombinamento dei profili e dei tratti dei miei personaggi. Ogni foto è, poi, stata lavata e rilavata con estrema attenzione per togliere le polveri residue delle erosioni e carteggiature varie (pena la perdita della brillantezza dei colori). Complessivamente un lavoro abbastanza lungo.

Monday, March 05, 2007

(Recensione di Maurizio Ferraris sul Sole24Ore)

Fare di possibilità virtù
Maurizio Ferraris

Sono a Venezia, sto scrivendo un articolo, fuori c’è sole e prima ho fatto una passeggiata. Cos’altro desiderare, almeno nel novero delle aspirazioni alla portata di un professore? Beh, vorrei sapere che cosa succede, a me, domani. Perché, a seconda di quello che verrò a sapere tra un paio d’ore, dovrò partire o per l’industre città di *** o per la ridente città di *** (uso gli asterischi come nei romanzi di Gogol’). È ovviamente troppo lungo spiegare per quali circostanze mi sono trovato in questo dilemma, e non credo che interesserebbe il lettore, ma è inquietante vedere la propria vita che, per un segmento modesto, si biforca in due direzioni distinte. Il caso è di qualche interesse perché non richiede una decisione da parte mia. È ovvio che potrei biforcare la mia vita in molti altri modi e spontaneamente, per esempio aggredendo un poliziotto, buttandomi in un canale o, a sorpresa e senza costrutto, prendendo un treno per Treviso, ma qui tutto avrebbe l’aria puerile di un atto gratuito e, francamente, scemo. Invece, nel caso che propongo le due possibilità sono lì, nel futuro, entrambe ben nitide nei loro dettagli, due giorni diversi che si aprono di fronte a me, e senza che io possa decidere quale dei due prevarrà, più o meno come se stessi guardando la ruota della fortuna alla tv, o la più fatale e decadente roulette.
Ma visto che l’articolo che sto scrivendo recensisce l’ultimo libro di Roberto Casati, Il Caso Wassermann e altri incidenti metafisici, ossia è proprio quello che state leggendo in questo momento, posso almeno godere della consolazione della filosofia. Casati, infatti, mi direbbe che la mia situazione è normalissima, e che anzi la mia vita è sempre stata così. Se dovessimo infatti riassumere in una frase il filo conduttore di questi dodici racconti, è che quello che noi chiamiamo “reale” (con le necessità che comporta) non è che una possibilità di un repertorio infinitamente più vasto. È l’idea di Leibniz: si immagina una torre infinita di stanze sovrapposte, una di queste è il nostro mondo, le altre sono mondi più o meno diversi, mondi in cui Giulio Cesare non è stato pugnalato, o in cui Hitler era un filantropo. Tutto il nostro mondo reale, dunque, non è a sua volta che una possibilità. Oppure, è tutto reale, tutto vero, tranne che siamo stati creati da cinque minuti con tutti i nostri ricordi, per cui c’è un cono dietro di noi, fatto di un passato che non è mai stato presente (o, meglio ancora, di un presente che non è mai stato passato).
Con variazioni sempre possibili, è il caso di dirlo: mondi in cui a essere immortali non sono le anime razionali, bensì le sensazioni, che appaiono nelle città come fantasmi di nausea o di piacere; o dove il diavolo compromette l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio distraendone l’attenzione su cose minute e irrilevanti; o dove da una nebulosa di possibili si stacca un personaggio, Don Giovanni, che acquista consistenza letteraria nel preciso momento in cui si indirizza al lettore dalle pagine del racconto. Ogni racconto ha la sua controparte in un altro. Per un Don Giovanni che diventa personaggio, abbiamo una persona storica, il folle cartesiano Malebranche, che scompare nel nulla, e Casati ha una teoria in proposito: poiché la dottrina malebranchiana dell’occasionalismo (Dio crea continuamente il mondo, che è un eterno iniziare e finire) è significativamente affine alla invenzione dei fratelli Lumière, dei fotogrammi intervallati dal nero che scorrono e danno l’illusione del movimento, allora forse Malebranche è svanito nel nulla della pellicola divina.
Diversamente da Leibniz, però, Casati non sembra affatto convinto che il nostro sia il migliore dei mondi possibili. È solo uno, una contingenza, quello in cui per caso ci siamo trovati a vivere, e di qui il tono fondamentale del libro, che è malinconico, però, almeno, non ansioso. Tuttavia, può accadere di passare vicino ad altri mondi, come le comete si sfiorano in cielo nella notte di San Lorenzo: mondi, per esempio, in cui ciò che per noi è futuro per altri è passato, come nel racconto che intitola il libro, o mondi in cui solo uno sforzo di astrazione metafisica può indurci a pensare che esistano cose come le montagne, le strade, le valli, visto che quello che noi sperimentiamo è una specie di labirinto babelico, una infilata di stanze senza mai fine.
C’è un messaggio? Secondo me, sì: far di possibilità virtù, e casomai, se non si può fare altrimenti, trasformarla in necessità. Capire che la nostra vita, quella vita che noi credevamo la sola che ci fosse destinata, è solo una delle moltissime che potevano capitarci, può in effetti, e nel breve termine, offrire una consolazione (non c’è nessuna necessità intrinseca, nessun ordine soprannaturale, nell’avere un tal vicino, o collega, o parente stretto), ma alla lunga è inquietante. E il progetto filosofico di questi racconti consiste, contemporaneamente, nel rivelarci questa circostanza e nel cercare di conciliarci con lei, come il filosofo di Corso Buenos Aires, che si è fatto rinchiudere in una stanza per sperimentare una necessità liberamente scelta, mentre a sua insaputa è stato posto agli arresti domiciliari. Lui crede di poter uscire quando vuole, ma non sa che non può; in effetti, non lo saprà mai, per l’ottimo motivo che non lo vuole.
Poscritto. A me è successo il contrario: volevo ma non potevo. A una cert’ora ho appreso che non sarei dovuto andare nell’industre città, bensì nella ridente città. Ma arrivato all’aeroporto tutto era chiuso per nebbia e ho dormito in un hotel dell’Hinterland veneziano.


Roberto Casati, Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici, Roma-Bari, Laterza 2006, pp. 127, euro 12,00