Monday, March 05, 2007

(Recensione di Maurizio Ferraris sul Sole24Ore)

Fare di possibilità virtù
Maurizio Ferraris

Sono a Venezia, sto scrivendo un articolo, fuori c’è sole e prima ho fatto una passeggiata. Cos’altro desiderare, almeno nel novero delle aspirazioni alla portata di un professore? Beh, vorrei sapere che cosa succede, a me, domani. Perché, a seconda di quello che verrò a sapere tra un paio d’ore, dovrò partire o per l’industre città di *** o per la ridente città di *** (uso gli asterischi come nei romanzi di Gogol’). È ovviamente troppo lungo spiegare per quali circostanze mi sono trovato in questo dilemma, e non credo che interesserebbe il lettore, ma è inquietante vedere la propria vita che, per un segmento modesto, si biforca in due direzioni distinte. Il caso è di qualche interesse perché non richiede una decisione da parte mia. È ovvio che potrei biforcare la mia vita in molti altri modi e spontaneamente, per esempio aggredendo un poliziotto, buttandomi in un canale o, a sorpresa e senza costrutto, prendendo un treno per Treviso, ma qui tutto avrebbe l’aria puerile di un atto gratuito e, francamente, scemo. Invece, nel caso che propongo le due possibilità sono lì, nel futuro, entrambe ben nitide nei loro dettagli, due giorni diversi che si aprono di fronte a me, e senza che io possa decidere quale dei due prevarrà, più o meno come se stessi guardando la ruota della fortuna alla tv, o la più fatale e decadente roulette.
Ma visto che l’articolo che sto scrivendo recensisce l’ultimo libro di Roberto Casati, Il Caso Wassermann e altri incidenti metafisici, ossia è proprio quello che state leggendo in questo momento, posso almeno godere della consolazione della filosofia. Casati, infatti, mi direbbe che la mia situazione è normalissima, e che anzi la mia vita è sempre stata così. Se dovessimo infatti riassumere in una frase il filo conduttore di questi dodici racconti, è che quello che noi chiamiamo “reale” (con le necessità che comporta) non è che una possibilità di un repertorio infinitamente più vasto. È l’idea di Leibniz: si immagina una torre infinita di stanze sovrapposte, una di queste è il nostro mondo, le altre sono mondi più o meno diversi, mondi in cui Giulio Cesare non è stato pugnalato, o in cui Hitler era un filantropo. Tutto il nostro mondo reale, dunque, non è a sua volta che una possibilità. Oppure, è tutto reale, tutto vero, tranne che siamo stati creati da cinque minuti con tutti i nostri ricordi, per cui c’è un cono dietro di noi, fatto di un passato che non è mai stato presente (o, meglio ancora, di un presente che non è mai stato passato).
Con variazioni sempre possibili, è il caso di dirlo: mondi in cui a essere immortali non sono le anime razionali, bensì le sensazioni, che appaiono nelle città come fantasmi di nausea o di piacere; o dove il diavolo compromette l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio distraendone l’attenzione su cose minute e irrilevanti; o dove da una nebulosa di possibili si stacca un personaggio, Don Giovanni, che acquista consistenza letteraria nel preciso momento in cui si indirizza al lettore dalle pagine del racconto. Ogni racconto ha la sua controparte in un altro. Per un Don Giovanni che diventa personaggio, abbiamo una persona storica, il folle cartesiano Malebranche, che scompare nel nulla, e Casati ha una teoria in proposito: poiché la dottrina malebranchiana dell’occasionalismo (Dio crea continuamente il mondo, che è un eterno iniziare e finire) è significativamente affine alla invenzione dei fratelli Lumière, dei fotogrammi intervallati dal nero che scorrono e danno l’illusione del movimento, allora forse Malebranche è svanito nel nulla della pellicola divina.
Diversamente da Leibniz, però, Casati non sembra affatto convinto che il nostro sia il migliore dei mondi possibili. È solo uno, una contingenza, quello in cui per caso ci siamo trovati a vivere, e di qui il tono fondamentale del libro, che è malinconico, però, almeno, non ansioso. Tuttavia, può accadere di passare vicino ad altri mondi, come le comete si sfiorano in cielo nella notte di San Lorenzo: mondi, per esempio, in cui ciò che per noi è futuro per altri è passato, come nel racconto che intitola il libro, o mondi in cui solo uno sforzo di astrazione metafisica può indurci a pensare che esistano cose come le montagne, le strade, le valli, visto che quello che noi sperimentiamo è una specie di labirinto babelico, una infilata di stanze senza mai fine.
C’è un messaggio? Secondo me, sì: far di possibilità virtù, e casomai, se non si può fare altrimenti, trasformarla in necessità. Capire che la nostra vita, quella vita che noi credevamo la sola che ci fosse destinata, è solo una delle moltissime che potevano capitarci, può in effetti, e nel breve termine, offrire una consolazione (non c’è nessuna necessità intrinseca, nessun ordine soprannaturale, nell’avere un tal vicino, o collega, o parente stretto), ma alla lunga è inquietante. E il progetto filosofico di questi racconti consiste, contemporaneamente, nel rivelarci questa circostanza e nel cercare di conciliarci con lei, come il filosofo di Corso Buenos Aires, che si è fatto rinchiudere in una stanza per sperimentare una necessità liberamente scelta, mentre a sua insaputa è stato posto agli arresti domiciliari. Lui crede di poter uscire quando vuole, ma non sa che non può; in effetti, non lo saprà mai, per l’ottimo motivo che non lo vuole.
Poscritto. A me è successo il contrario: volevo ma non potevo. A una cert’ora ho appreso che non sarei dovuto andare nell’industre città, bensì nella ridente città. Ma arrivato all’aeroporto tutto era chiuso per nebbia e ho dormito in un hotel dell’Hinterland veneziano.


Roberto Casati, Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici, Roma-Bari, Laterza 2006, pp. 127, euro 12,00

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